
Per decenni, abbiamo vissuto il mondo digitale attraverso uno schermo rettangolare. Oggi, le esperienze digitali si stanno liberando da questo vincolo: le interazioni non sono più confinate a pulsanti e finestre, ma avvengono attraverso la nostra voce, un gesto della mano o tramite un’intelligenza artificiale che agisce per nostro conto. L’effetto è quello di una tecnologia quasi invisibile.
Questo passaggio da un design su schermo a un design nello spazio e che dialoga è la realtà che sta prendendo forma, guidata da forze come l’IA e lo spatial computing. Di conseguenza, il ruolo del UX e UI designer si trasforma: da progettisti di schermate a registi di esperienze intelligenti e sempre più naturali.
Questo articolo esplorerà i trend UX/UI per il 2026 che definiscono questa nuova era, mostrandoci come progettare per un futuro in cui la migliore interfaccia è, sempre più spesso, l’assenza di un’interfaccia.
L’intelligenza artificiale sta cambiando: da semplice assistente che risponde a domande, sta diventando un agente autonomo che opera per nostro conto. Invece di eseguire una serie di comandi, questi nuovi sistemi sono in grado di comprendere un obiettivo complesso e di occuparsi di tutto il processo per raggiungerlo.
Pensa a un’istruzione come: “prenotami un volo per Roma per il weekend, scegliendo l’opzione più ecologica sotto i 200€”. L’IA non si limita a cercare, ma confronta, sceglie e prenota in autonomia.
Quando deleghiamo compiti così importanti, emerge una sfida fondamentale: la fiducia. Se un sistema agisce da solo, il rischio di errori aumenta. Per questo, il nostro ruolo come designer si trasforma: non dobbiamo più solo rendere un’app facile da usare, ma rendere l’operato dell’IA affidabile e trasparente.
Lo spatial computing non è più una tecnologia di nicchia per i videogiochi. Si tratta di progettare esperienze che fondono elementi digitali e mondo fisico, trasformando l’ambiente che ci circonda in un vero e proprio schermo tridimensionale.
Questa evoluzione rende obsolete le nostre metafore tradizionali, come “pagine” e “finestre”. Si progetta non più su una superficie piatta, ma nello spazio 3D. La sfida non è più solo visiva, ma anche fisica e cognitiva. Le grandi questioni sono come guidare l’attenzione dell’utente in un ambiente a 360°o come creare interazioni che non lo affatichino.
L’accessibilità deve tener conto dei diversi modi di funzionare della nostra mente. Progettare pensando alla neurodiversità (cioè alle esigenze di persone con ADHD, autismo o dislessia) porta alla creazione di esperienze più semplici e chiare per tutti. In un mondo digitale che ci bombarda di informazioni, ridurre il carico cognitivo è un beneficio universale.
L’obiettivo pratico è diminuire il sovraccarico sensoriale, come colori troppo accesi o video che partono da soli, e garantire percorsi di navigazione intuitivi. Ma la vera svolta è la personalizzazione. Poiché non esiste una soluzione valida per chiunque, l’approccio “taglia unica” fallisce. La strategia vincente è dare alle persone il potere di adattare l’interfaccia alle proprie esigenze, ad esempio attivando una “modalità focus” o disattivando le animazioni.
Lo scorrimento non è più solo un’azione meccanica, ma si sta evolvendo in un sofisticato strumento narrativo. Attraverso animazioni sincronizzate e transizioni fluide, lo scroll-telling trasforma la navigazione in un viaggio interattivo, capace di coinvolgere e stupire.
Questa tecnica richiede una mentalità da regista. Il designer non si limita a organizzare le informazioni, ma dirige un’esperienza basata sul tempo, curando ritmo, rivelazioni e impatto emotivo. Lo scroll dell’utente diventa il motore che fa avanzare la narrazione, creando un piacevole senso di scoperta.
Il design sostenibile, o Green UX, parte da un principio semplice: l’efficienza digitale è anche efficienza ambientale. Ogni volta che rendiamo un sito o un’app più leggeri e veloci, non stiamo solo migliorando l’esperienza dell’utente, ma stiamo anche riducendo il consumo energetico e, di conseguenza, l’impronta di carbonio del nostro prodotto.
Questa tendenza rappresenta una grande opportunità per i designer, perché unisce due obiettivi fondamentali: la responsabilità ambientale e una migliore esperienza utente. Un’applicazione che carica velocemente, risponde senza ritardi e non prosciuga la batteria dello smartphone è esattamente ciò che gli utenti desiderano. Concentrarsi sull’efficienza diventa quindi una situazione vantaggiosa per tutti: si crea un prodotto migliore per l’utente e, allo stesso tempo, più rispettoso per il pianeta.
Il principio del “design invisibile” o Zero UI è semplice: la migliore interfaccia è quella che non si nota. Le interazioni con la tecnologia si stanno spostando oltre lo schermo, diventando più naturali. Invece di usare solo le dita su un display, iniziamo a usare la voce, i gesti e lo sguardo, passando da una modalità all’altra in modo fluido a seconda di dove ci troviamo e di cosa stiamo facendo.
Immagina un’esperienza che inizia con una domanda al tuo smart speaker in cucina, continua con una notifica sul tuo smartwatch mentre esci di casa e si conclude con le indicazioni stradali sullo schermo dell’auto. Questi non sono più tre prodotti separati, ma un’unica conversazione che attraversa più dispositivi. Il nostro compito come designer diventa quello di “coreografare” questo flusso, orchestrando i passaggi tra le diverse modalità per creare un’esperienza unificata e senza interruzioni.
L’IA permette di creare interfacce che si adattano in tempo reale all’utente. Questa iper-personalizzazione, però, richiede l’uso di dati sensibili, mettendo la fiducia al centro di ogni scelta di design. Un’esperienza su misura, infatti, è destinata a fallire se l’utente non si sente sicuro e in controllo.
Per questo, la privacy nella UX diventa fondamentale: dobbiamo progettare con la massima trasparenza, offrendo alle persone strumenti chiari per gestire i propri dati e capire come vengono usati.
Abbiamo già parlato più volte dell’uso dell’AI nel design. Oggi, l’intelligenza artificiale nel nostro lavoro non è più solo un aiuto per automatizzare piccole attività. Oggi è un vero e proprio partner per la progettazione. Strumenti AI sempre più avanzati sono in grado di generare interfacce complete a partire da una semplice descrizione testuale, permettendoci di passare dall’idea al prototipo in tempi record.
In questo modo chi progetta può concentrarsi sulla strategia di alto livello. Quando l’IA può gestire l’esecuzione visiva, il nostro valore come designer risiede nella capacità di porre le domande giuste come quale problema stiamo risolvendo? In che modo questo design serve gli obiettivi di business? Il nostro lavoro si concentra meno sull’esecuzione e più sul pensiero critico.
Gli utenti non cercano più solo un’interfaccia intuitiva, ma un’esperienza che abbia personalità. La tendenza a umanizzare il design si concentra proprio su questo: creare una connessione emotiva attraverso i dettagli. Questo si ottiene con un “microcopy” che usa un tono amichevole invece che robotico, con animazioni che guidano e rassicurano, e con piccole attenzioni in momenti inaspettati come le schermate di caricamento o di errore.
L’obiettivo non è essere divertenti a tutti i costi, ma rendere il prodotto più empatico, memorabile e meno simile a una macchina.
Nel 2026, il ruolo di UX e UI designer è quello di combinare le potenzialità delle nuove tecnologie con una profonda comprensione delle persone, dei loro desideri e bisogni. Nelle competenze chiave sono inclusi il pensiero strategico, il ragionamento etico e la capacità di dare vita a sistemi complessi.
Alla base del futuro del design troviamo così tre principi:
La sfida è abbracciare questi cambiamenti per costruire esperienze più significative, utili e umane.

